venerdì 30 dicembre 2011

a cosa punta il LabAct Incursioni Urbane

a cosa punta il
LabAct Incursioni Urbane


A cosa punta il LabAct? Nell'appunto precedente è già stato detto una minima parte, ma in questo nuovo frammento di idee verrà sviscerato in forma parzialmente completa la questione, per spiegarne nel possibile, la vera natura.

Partendo dal presupposto comune che ogni essere vivente è un'entità a sé e geneticamente e caratterialmente unica, per assurdo, vogliamo tracciarne in prima istanza le similitudini e le uguaglianze, mantenendo naturalmente le peculiarità di ciascuno. Questo non per fare di “tutta l'erba un fascio”, ma per sottolineare la necessità della presenza oggettiva di tutti, in questo che è un cammino vero e proprio, e non un corso di formazione. Anche se è la formazione umana che cerca. In questo complesso andirivieni: di idee, concetti e sentimenti si vuole cercare la fonte ed il motivo di esistenza, nell'eterogeneità e nella completezza totale del tutto. Per “tutto” si intende, la diversità e la complessità del cosmo che ci ha generato e che ci permette di esistere, ed è per questo che utilizzeremo sempre la frase ”Tutti siamo importanti e nessuno è indispensabile”. In questa che sembra un affermazione spietata ed in contro senso, rispetto a quello detto fino ad adesso, cerchiamo di capire e di conseguenza provocare un incontro “raro” che la vita ci dona nonostante le volontà, a volte maligna, a volte superficiale.

È proprio nella consapevolezza dell'esserci e del fare che non ci può essere la pretesa della complicità forzata e meccanica, quindi la volontà di incontro sta alla base di questo discorso. La difficoltà di sentirsi in sintonia e compresenza con gli altri, resta l'unico modo per scovarne i cavilli, ed estirparli dalle azioni e dalle intenzioni, che molte volte sono puramente personali, ma che nella sua visione complessiva devono cercare la forza da tutti, trasformando la quantità di corpi in un unico solo. Cioè il gruppo. Il “gruppo” non è inteso come massa o massificazione dei soggetti, ma come agglomerato di singoli che bene o male, riscontrando le stesse problematiche e gli stessi sogni, si uniscono ad altri per aumentarne la forza e l'intensità, a scapito dell'arrivismo, dell'incomprensione e della competizione.

Per questo è molto difficile quello che facciamo nel LabAct, per tre ben semplici motivi. Primo perché lo si fa in strada, cioè in un luogo ormai non più deputato all'incontro delle arti con la società, o all'incontro tra le genti, ma in un contesto dove l'agorà, tragicamente, si è trasformata in un mercato dell'indifferenza libera e liberticida, dondolando tra la paura cronica del diverso e la sconfitta della pluralità. Secondo perché cerchiamo lo scatenarsi di una rivoluzione, che non è armata, se non della propria onestà intellettuale e capacità di mettersi in gioco, anche quando non si praticano le tecniche della finzione, e questo per rivalutare quello che siamo e quello che sono gli altri; quindi operare in tal senso è un “movimento” delicato che non può essere troppo lasciato al caso o all'emotività eccentrica, ma deve saper vedere anche nell'intangibile e nell'etereo; cioè in quelle particelle invisibili che formano il mistero della vita. Terzo e non ultimo, perché nella spietatezza di questo mondo, nello sbandieramento continuo dei diritti e dei doveri, nel narcisismo coatto delle beneficenze e degli avvocatismi bancari, dire delle cose che donino ancora speranza e luce, non è ne scontato, ne di facile lettura. Per questo ci vuole perseveranza, concentrazione e riflessione anche nel massimo sperimentalismo o nell'improvvisazione di se stessi e di quello che si fa, da soli o con gli altri.

La ricerca dell'equilibrio e della fiducia reciproca sono le linee da seguire; non si possono tralasciare o mettere da parte; non si può far finta che non sia importante; non si può sopraggiungere a conclusioni affrettate, o trarre il proprio giudizio o pensiero giudicante attraverso l'effimero o il caotico soggettivismo; non si può sprecare la propria energia vitale, attraverso la chiacchera ed il pettegolezzo; non si può praticare la collettività, se non la si trova necessaria o importante, o semplicemente per paura della solitudine; non si può restare sordi di fronte ad i richiami di un confronto, quindi perpetrare l'indifferenza e la disuguaglianza dei linguaggi e degli atteggiamenti.

Solo il dialogo e l'incontro può portare a qualcosa di costruttivo, e anche se molte volte risulta controverso e corrotto da deficienze personali, deve essere affrontato direttamente e senza intermediari, o vie non dirette e contaminate da punti di (s)vista che non sfiorano, neanche lontanamente, l'obbiettività delle questioni. Il tempo e la sua mancanza, sono la chiave per capire tutto questo, quindi va trovato e sfruttato nel modo migliore.

Il teatro non è un luogo democratico allo stato puro, ma è un non luogo dove tutti possono divenire l'altro o altro, ma questo avviene solo nella conoscenza viscerale di quello che ancora non siamo. Nel teatro ogni persona o personaggio ha un ruolo ed una funzione, e anche se nel LabAct si cerca di mettere da parte una cosa che comunque permette al teatro di esistere da migliaia di anni, non si può scardinarlo del tutto fino a quando le cose non saranno chiarite, e tutti avranno acquisito le competenze necessarie, per portare avanti un lavoro che non è di uno ma di tutti.

Lascio momentaneamente il discorso con questa citazione: "Nessuno libera nessuno. Nessuno si libera da solo. Gli uomini si liberano in comune (in comunione)" di Frei Betto, alfabetizzatore nel Nord-Est del Brasile.

30 dicembre 2011

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